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6 de Noviembre, 2007


Virginia Foderaro - Italia

Uno spicchio di luna

"Non riesco più a innamorarmi, dottore! E' meraviglioso!!!" disse la donna ridendo, distesa sul lettino dell'ambulatorio, dove Marco, il suo medico, un po' psicologo e un po' sant'uomo, la teneva in cura tutti i venerdì pomeriggio, ormai dall'inverno passato.

"E dire che ne abbiamo viste di situazioni evolversi in questi ultimi tempi, Vittoria. Possibile che nessuna sia andata bene per te?" rispose lui con un cenno impercettibile ma forse intuibile di esasperazione nella voce. Vittoria annuì ma non rispose, osservando nel vuoto con espressione divertita. Quella donna, non giovanissima, doveva essere stata bella e ancora lo era, al punto da avvertire su di lei il desiderio degli uomini attraverso gli sguardi che riceveva, ovunque si trovasse. E visto che era il sogno perfetto quello che rincorreva e non le era mai capitato di trasformarlo in vita reale, aveva segnato croci su croci a sbarrare tutti quei nomi che si alternavano nella sua vita piena di amori sbagliati. "L'uomo è fatto in un modo che io non posso accettare, vuole collezionare donne come fiammiferi, per poi accenderli e buttarli via tutti insieme", pronunciò con tono indolente. "Ma io non ci sto. E' un'offesa al mio cuore e anche al cervello", e chiuse gli occhi in una piccola smorfia infantile.

Marco pensava a quanto fosse attraente. Fin dalla prima volta, quando entrò nel suo studio in un pomeriggio di marzo, l'aveva trovata anche simpatica, irrazionale, romantica. Un tipo di persona che faceva scorrere il tempo veloce ad ascoltare cos'avesse da dire. "Gli uomini? Non vorrei farne a meno, ma più li conosco e più li allontano". Marco ricordò tutti i racconti che gli aveva già fatto. "Che pena provo per chi è prigioniero della sua fredda e cinica vendetta contro il mondo", concluse Vittoria che aveva deciso di dimenticare chi l'aveva fatta soffrire. La lista era fittissima, e in una sorpesa continua venivano fuori nomi, situazioni, eventi di una vita che ne sembravano due, mescolate e agitate. Che fatica e quante energie doveva avere impiegato, poveretta! "Io chiudo. Non voglio più avere a che fare coi maschi. Voglio svegliarmi da sola al mattino, stiracchiarmi nel letto, fare colazione in cucina, in piedi davanti al lavello, cantare sotto la doccia, ascoltare la musica alle quattro di notte e ridere, ridere, ridere perché non ho bisogno di nulla".

Vittoria aveva deciso e non sarebbe servito dirle che c'era almeno una possibilità che lei stava sbagliando e che sarebbe stato bellissimo incontrare, in una serata d'estate, un uomo con il sorriso negli occhi e l'ilarità contagiosa di un adolescente. Non avrebbe ascoltato se Marco le avesse raccontato di uno spicchio di luna, sognando i cieli di Istanbul, dentro a un'auto parcheggiata accanto alle rovine romane, fra risate, allegria e fantasia. Certo, sarebbe stato inatteso e altrettanto improbabile che quell'uomo non era uno dei soliti collezionisti di fiammiferi da fare esplodere uno per uno o tutti insieme, e che quella sera voleva soltanto stringerla a sé e cantarle canzoni opportune. Vittoria avrebbe ricevuto il regalo più bello, pensò Marco, se avesse conservato intatto, nascosto nel cuore, il desiderio di credere che il sogno non era finito.

Por lobitogabriel - 6 de Noviembre, 2007, 15:36, Categoría: cuento
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Anna Maria Artini - Italia

Mal di mar...ito!
Era uno stanzone umido e freddo, i muri sudici ed imbrattati da scritte traspiravano odore di rabbia e sofferenza. Nella sala d'aspetto c'era un'aria viziata, cartacce e cicche di sigarette sul pavimento, vecchie panche sgangherate aggiungevano un tono di ulteriore squallore a quella sala della Pretura. 
<Signora, stia calma. Solo poche parole, dica lo stretto necessario e solo quando il giudice l’interrogherà.>  diceva un avvocato alla sua cliente.
<Avvocato sono tanto turbata… per carità non mi lasci sola. Ho una nausea spaventosa, come se stessi in barca in mezzo alla tempesta. Sono distrutta. Dopo trent’anni di matrimonio… e dopo che gli ho dato i migliori anni della mia vita… lui, quel porco delirante, s’innamora e si sbatte una ragazza come un diciottenne… ci voleva la russa a rovinarmi la vita!>
<Collega, una cortesia, ho un diabetico cronico… mi fai passare avanti?>
<Non posso, ho fretta, noi ci sbrighiamo in cinque minuti… tra mezz’ora ho un’altra udienza.>
<Lo sapevo, me lo sentivo… quella là mi succhierà fino all’ultima goccia di sangue… è una vampira, io la conosco. Finirò sotto i ponti a mendicare, sarà la mia rovina…> parole che scaturivano a raffica dalla bocca di un distinto e maturo signore con evidente nervosismo.
<Nooo… ci mancherebbe e io che ci sto a fare – interveniva l’avvocato – se la sua ex moglie avanza pretese, noi presentiamo le prove con testimoni di infermità mentale ed alcolismo cronico e tutto si risolve.>  <Ma se è astemia.> ribatteva  il marito sempre più preoccupato.
<Se la signora è astemia… peggio per lei. A noi che ce importa… mi lasci fare. Il giudice è un uomo e tra uomini queste cose si comprendono… la giustizia è con noi! Si dice che sia femmina… invece spesso è maschio!  Si calmi, ora ce l’andiamo a prendere un buon caffè?>
Una seducente e raffinata quarantenne si stringeva nervosamente nel cappotto color cammello dal collo di volpe e <Mi ha trascurata per anni… perfino in luna di miele è andato a giocare a calcetto… dice lui, chissà quante se n’è fatte… sono stufa. Ora ho voltato pagina e ci sono dentro fino al collo… voglio la mia libertà. Quello lì mi farà scontare la bella storia che sto vivendo con l’uomo della mia vita.>
<Non c’è obbligo di fedeltà da parte sua… ci mancherebbe, dopo tutto quello che ha passato con quel maniaco sporcaccione. - le rispondeva una donna ossuta con occhiali dalla montatura di tartaruga.  - Non tema... nel caso ove mai tale eventualità si verificasse, non si tratta d’infedeltà. La si può chiamare, come si usa dire, un’affettuosa amicizia voluta dal destino per ripagare i torti. Sa quante signore vorrebbero, come lei, annegare in costosissimi profumi francesi, in dozzine di romantiche rose scarlatte, gioielli veri, abiti firmati, caviale e champagne in alberghi a 5 stelle al top del lusso… e non guasta affatto con un gran ficaccio? Beata donna! Mi sono spiegata?  Invidiata sì ma, via, non condannabile!>   
Coglievo qua e là frammenti di discorsi ricolmi di nervosismo, di rancore, di paure. Le pareti rugose traspiravano la pena di tanta umanità, che sostava in quelle stanze. In un mondo d’indifferenza si è più vulnerabili e in quello stesso mondo si cerca protezione. Di colpo mi sentii stanca. La pioggia mi aveva lasciato addosso una sottile umidità, che mi penetrava nelle ossa. Senza fretta un uomo si era seduto di fronte a me. Lo sguardo era assonnato, fece un lungo sbadiglio scoprendo una bocca piena di buchi neri. Per fortuna i miei denti erano sani, pensai. Mi venne in mente un’amica che una volta mi aveva detto: <La separazione di una coppia infelice è come un dente cariato, duole tanto prima, ma dopo averlo estratto non fa più male e si ricomincia a mangiare.> Guardai l’orologio e senza volere mi si affollarono i ricordi  legati ai 20 anni trascorsi con “lui”.  Cercai un momento di cui valesse serbare memoria. Era difficile, tutto era confuso e non riuscivo a fermarmi su una situazione felice o su un’occasione piacevole… possibile che non rammentassi nulla? O forse non ce n’erano mai state? Il passato è soggettivo e i ricordi  della nostra storia sono un’attestazione emotiva. La realtà è un’ipotesi ove la verità proviene dalle testimonianze di un passato visto attraverso una lente deformata e dove ci sono grovigli di situazioni difficili da interpretare nel tentativo di scoprire la realtà. Com’erano le nostre giornate? Al mattino “lui”con gli occhi ancora gonfi di sonno, di pessimo umore, borbottava qualche parola incomprensibile. Quando gli chiedevo: <Che c’è?> La risposta con voce cupa e malevole era sempre la stessa:  <Sono seriamente preoccupato.>  Ed io mi chiedevo di cosa fosse seriamente preoccupato, visto che io ero investita di ogni tipo di problema economico e lavorativo. Per presunzione e temperamento dispotico, veniva continuamente allontanato da incarichi e collaborazioni remunerate perché diventava sempre più litigioso con tutti. L’interesse sbagliato che aveva verso il teatro lo portava a scrivere drammoni, che poi si ostinava a rappresentare con notevoli insuccessi.  Pur essendo ben scritte, le sue commedie divenivano pesanti e noiosissimi spettacoli. I pochi spettatori che intervenivano, quasi tutti invitati, tra il primo e secondo atto scomparivano furtivamente, i meno delicati se ne andavano imprecando ad alta voce per aver perduto una serata. Spesso non si poteva neppure proseguire lo spettacolo per mancanza di pubblico con la felicità di tutti, che tornavano a casa prima. Intanto “lui” era diventato un drammaturgo irascibile di scarso successo, un regista acido e saccente di scarse vedute ed un produttore di scarse finanze. Faceva teatro raccontando la visione del suo ristretto mondo interiore in una sorta di danza tetra popolata dai peggiori fantasmi. La sciagura che ci perseguitava era principalmente il tema ricorrente delle sue storie. I poveri personaggi erano colpiti da ogni tipo di disgrazie fisiche e mentali, straziati da paralisi e da mutilazioni gravi, tutti sfigati e perseguitati da uno schifo di jella cronica. Mariti infedeli, mogli avvelenatrici, vecchie signore cieche e schizofreniche, figli assatanati pronti a trucidare l’intera famiglia per pochi spiccioli, nonne rimbecillite e spaventate sull’orlo di crisi paranoiche, handicappate e vecchie madri rinchiuse negli ospizi lagher e tutti i personaggi erano soffocati da una miseria morale e materiale. Mai che si parlasse di un popolo di giovani belli e felici o di ricchi industriali sulla cresta dell’onda allegri e pieni di soldi. Scenografie deprimenti dipinte solo in varie sfumature di grigio, dimore cadenti, locali fumosi frequentati da drogati e balordi, bassifondi umidi e oscuri. Nell’illusione teatrale si rappresentavano i peggiori drammi della vita e di crimini vecchio stile. In queste atmosfere, vere lacrime solcavano i volti degli attori, anche dei più cani, i quali non per bravura, recitavano alla perfezione il vissuto di momenti crudeli della propria vita nella più spietata verità. In platea quei pochi coraggiosi rimasti, per lo stesso motivo erano sempre più depressi ed applaudivano in singhiozzi disperati. L’atmosfera generale era molto più che negativa, perché ciascuno seralmente ripercorreva le proprie pene. Era dura! Durissimi erano soprattutto i costi e le insolenze degli impazienti creditori.  In tutto questo disastro a “lui” il sonno non mancava mai. Malgrado le preoccupazioni, i debiti, le ansie…”lui” dormiva  di gusto oltre dieci ore a notte.  
Spesso si svegliava nervoso, perché diceva di aver sognato poco, anzi pochissimo. Pare che i sogni gli suggerissero spunti per nuove pessime commedie. Io passavo le notti girandomi e rigirandomi continuamente e, confinata in un angolino, difficilmente prendevo sonno. Il mio nemico di letto invece se la dormiva alla grande facendo di notte quei sogni deliranti, che di giorno traduceva in degenerati lavori teatrali. Tirava calci, a braccia aperte e gambe divaricate ed  invadeva di traverso tutta la superficie del talamo. Con energici colpi di mano teneva lontano chiunque s’avvicinava al suo territorio, che difendeva come una tigre da guardia.  Prima s’agitava, poi lentamente si rappacificava col mondo e con la bocca aperta respirava sempre più pesante per finire con un fitto russare. Cupi grugniti s’alternavano ritmicamente a  prolungati sibili per diventare in un crescendo come le trombe di un battaglione di cavalleria all’assalto. Si dibatteva con furia accanendosi contro le coperte, che conquistava attorcigliandosele sul suo corpo turpemente peloso. Malgrado cercassi di resistere all’assedio, sconfitta restavo interamente scoperta al freddo delle lunghe notti invernali. Emetteva urla soffocate, che nel silenzio notturno si amplificavano. Se cercavo di farlo smettere mi colpiva con schiaffi e calci, che regolarmente restituivo. Alla fine arrabbiata per la colluttazione, ero costretta a svegliarlo con violenti strattoni. Il forzato risveglio era seguito da ingiurie verbali e rumorosissime proteste. Poi si ricomponeva  e riprendeva i suoi ignobili sogni.  Ma la nottata non era finita. A volte quei sogni mutavano rotta ed umore. Non si sa per quale gioco della mente o per quale occulto motivo psicologico, cambiavano e diventavano sogni allegri e divertenti. Mentre cercavo di prendere sonno, capitava che nello stesso letto, scoppiassero risate fragorose e sghignazzi sguaiati, che risuonavano nella notte accompagnati da pacche sul mio fondo schiena.
La mattina non rammentava più nulla. Se provavo a chiedere, mi raccontava solo i sogni più ripugnanti e truculenti. Mi domando come si fa a vivere nell’opacità dove c’è solo un grigio triste e non vedere la tavolozza piena di colori bellissimi e pieni di sfumature che è dentro di noi. Quel mondo grigio però, noi lo costruiamo con i nostri pensieri, le nostre paure, i nostri limiti, le nostre frustrazioni, le nostre ansie. È difficile separarcene, perché lentamente è divenuto la nostra droga.
Per anni con “lui” ero vissuta in catene tra disaccordi, liti, preoccupazioni, notti insonni, risentimenti, bugie, rancori mai superati, tanta fatica e sebbene non fossi gelosa, intuitivo le sue  numerose infedeltà. Proprio tutto questo ci aveva stretti in un legame perverso e duro da spezzare.  Mi sentivo logorata, consumata e spogliata d’ogni allegria, d’ogni entusiasmo, d’ogni gioia di vivere. Infine sul nostro viale del tramonto apparve una provvidenziale ultima goccia ed il vaso traboccò… Io compresi che ero stata  graziata e scelsi la libertà.   
Non senza sofferenza, avevo varcato la porta di quella Pretura, sezione divorzi, ed in quella sala d’aspetto ero in attesa della conclusione del mio fallimento... ma fallimento non era.
La vita in quel momento mi forniva esattamente ciò di cui avevo bisogno: un cambiamento. Questo era il senso di tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento con tanta pena. Non si riempie un bicchiere d’acqua, se prima non abbiamo aperto il rubinetto. Se non diamo l’impulso al flusso, non accade nulla. Quando siamo immersi nella notte più oscura dell’anima, è rasserenante capire che il solo motivo d’essere finiti in quel luogo è perchè noi stessi abbiamo dato il via e siamo pronti a ricevere quello che la vita ci regala. È il modo più immediato di guarire i nostri mali e le nostre grandi paure personali, come per esempio la solitudine. Per alcuni può essere spaventoso, per altri è la gioia più grande. Nella solitudine si acquista forza ed ogni sofferenza prende un nuovo significato. Si sfida l’Universo e si sopravvive a qualunque esperienza.
Sull’ultimo atto di quella farsa stava per calare il sipario ed in teatro si stavano spegnendo le ultime luci. La verità è di tutti e non è di nessuno e quando per sanare dentro di noi una qualunque situazione ci proponiamo di rinnovarci crediamo che è sempre l’altro che deve cambiare, invece il cambiamento deve partire da noi.
Nel nostro caso era evidente che non facevamo parte della stessa mela. Il nostro incontro mal riuscito viene comunemente definito come “esperienze non condivise”.  Ciascuno ha la propria evoluzione e per essere in equilibrio perfetto bisognerebbe compiere esperienze assieme in perfetta armonia. Per noi non era stato così.          
Mi sentivo insoddisfatta, inutile, invasa da un grande vuoto, come se la mia vita si fosse bloccata a mezza strada. Eppure ero certa che il mare più bello non l’avevo ancora navigato e mi sentivo in un cosmo dominata dal caos.
Guardai fuori dalla finestra, il cielo aveva uno sguardo cattivo e l’inverno si preparava a colpire. La testa mi girava, il mio stomaco era disturbato e come la signora sentivo una nausea che mi saliva fino alla gola. A me non era mal di mare. Era un male sottile, che accentuava la mia tensione ed era solo mal di marito. Finalmente giunse il mio turno, l’avvocato mi fece cenno ed io senza fretta entrai nella sala dell’udienza.
<Perché vuole separarsi?> mi chiese la giudice. Era una donna, portava sul volto segni evidenti di stanchezza e di noia. Non volevo più ricordare e tanto meno ripetere tutto quello che avevo vissuto per 20 anni. Mi appartenevano nel male e… nel nulla, ma erano miei. Avrei voluto dire <Perché “lui”è prepotente, è astioso, è pigro, è tetro, non ha un briciolo di humor e con “lui” mi sono sempre annoiata a morte! “Lui”non ride mai… magari qualche volta per sbaglio in sogno!>
Senza un briciolo di originalità, sarei stata estremamente banale. Chissà quante volte aveva ascoltato storie più o meno simili.  Certamente non avrebbe compreso che quel modo di concepire la vita era un disastro sul piano lavorativo, su quello economico e soprattutto sul piano affettivo. A guardarla bene, forse anche lei era una trucida, con quella faccia di colore tendente al verde foglia morta! Risposi poche parole, come aveva detto quell’avvocato della sala d’aspetto. Era l’ultima causa e per quel giorno le udienze erano finite. Era stata molto più lunga l’attesa che la conclusione di 20 lunghi anni. Feci un respiro profondo… era  veramente tutto finito? Ero stata rinchiusa per troppo tempo in una gabbia e io stessa avevo per tanti anni gettato via la chiave.  Mi sentii miracolosamente più leggera, non avvertivo più nausee. Compresi che stavo per varcare la soglia di un nuovo mondo con nuovi valori. Prima però era necessario attraversare molte notti oscure dell’anima, di cui la prima è la più difficile e rappresenta il vero cambiamento. Le esperienze che seguono cominciano ad acquistare un nuovo significato. Era tempo che cominciassi a conoscere a fondo me stessa e forse, chissà, avrei trovato una “donna speciale”.  Sorrisi compiaciuta e divertita.  Ero uscita  all’aperto e mi accostai il bavero dell’impermeabile al collo. Aveva smesso di piovere, l’aria  era diventata fredda ed un pallido sole si era appena affacciato dietro le nuvole grigie. <Meglio il freddo che la pioggia> dissi ad una signora, che come me era infreddolita.  <Già meglio… ma io preferisco il sole> mi rispose ironica.
Da un vicino forno arrivava il profumo del pane appena sfornato. Sentivo un vuoto allo stomaco e perché no… magari avrei mangiato una pizza. M’incamminai verso il posteggio a passo spedito. Ero leggera, serena e pensai:<E’ vero… il dente malato fa male finché non si estrae… poi passa tutto.> Misi in moto la macchina  e mi diressi verso una rosticceria nota per il forno a legna e le sue pizzette calde. 

Por lobitogabriel - 6 de Noviembre, 2007, 15:33, Categoría: cuento
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virginia foderaro

Ha viaggiato molto all’estero ed ha abitato per diversi anni in Perù e in Francia. Parla fluentemente l'inglese, il francese e lo spagnolo. Le sue passioni sono la letteratura, il cinema ed il teatro. Ha lavorato per il teatro come addetta stampa, traduttrice, direttrice di scena, aiuto regista ed autrice. E' del 1995 la sua commedia comica dal titolo "La Cartomante", rappresentata al teatro Centrale di Roma. Ha collaborato in qualità di redattrice per varie testate giornalistiche, firmando articoli su temi di attualità, politica e moda, e una rubrica di critica teatrale sulla Rivista Regione Oggi.  Ha scritto e realizzato, in collaborazione, il primo documentario della  serie "I Semidei" sul tema della creatività, dal titolo "Il Labirinto". In un suggestivo dialogo con il neo espressionista B.Zarro, sulla sua vita e la sua opera, il progetto è destinato alla televisione satellitare. Scrive testi di narrativa, ha al suo attivo molti racconti e due romanzi ancora inediti. E' amante della vita all'aria aperta, le piace molto nuotare e praticare yoga in luoghi calmi e rigeneranti per lo spirito.  

Por lobitogabriel - 6 de Noviembre, 2007, 15:32, Categoría: bios
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anna maria artini, italia

Programmista-regista televisiva presso la Rai, ha scritto testi per il teatro e per la televisione, ha collaborato a riviste e quotidiani, ha tradotto dall'inglese e spagnolo importanti testi teatrali. Direttrice amministrativa  per molti anni del Teatro Centrale di Roma. Dal '73 al '77 presso l'Ufficio Stampa del Vaticano in qualità di giornalista, ha prestato la sua opera. In quello stesso periodo, ha collaborato anche con l'Avvenire. Ha scritto numerosi racconti e poesie alcuni dei quali pubblicati e drammatizzati in teatro. Per la poesia e per la narrativa ha vinto numerosi premi tra cui:
Premio "Città di Eleusi" Firenze 1998
Premio "Pietro Cimatti"   Firenze settembre 1999
Premio  "Fiori d'Inchiostro" Firenze aprile 2000
Premio "Mircea elide" Tra sacro e Profano Firenze 20 maggio 2000
Premio "Pessoa" Circolo Capit - Firenze ottobre 2000
Premio "Concorso Nazionale Poesia e Letteratura" Viareggio giugno 2000  e
Premio "Concorso Naz. Poesia e Letteratura " Viareggio 2001,promossi dalla Croce Rossa di Viareggio,
Premio per la narrativa "Terzo Millennio" con il patrocinio del Ministero
dei Beni Culturali e dell'Ass. Stampa Romana - Roma ottobre 2001
Premio Letterario Internazionale per la narrativa "Lev Tolstoj" per il volume "La storia di Nemea" Roma dicembre 2001
Premio Letterario Internz."Omaggio a Dante"per la narrativa - Roma 14 aprile 2002
Premio "Siderea" IX Ediz. Città di Eleusi  Firenze 2002
Premio MAESTRALE Centro Culturale Sestri Levante per la narrativa il libro "La Storia di Nemea" 16 maggio 2003
Premio Naz. Poesia e Narrativa "Il Simposio" promosso dalla Regione Campana e Provincia di Salerno - Buccino (Sa) 4° Ediz.  26 giugno 2003
Premio "Città di Eleusi" per la narrativa Firenze 2003
Premio "IV Ediz. "Labris d'Argento" per la narrativa Firenze 2004
Premio  "SPAZIO DONNA" con il Patrocinio della Regione Campania  ed il Comune di Napoli  per la narrativa - Striano  (Na) marzo 2006

Ha svolto ricerche ed accurati studi sulle colonie della Magna Grecia in Italia. Ha inoltre pubblicato alcuni saggi su riviste letterarie tra cui  - "La donna  nella  società greca in Italia." Ha pubblicato nell'anno 2001 per la narrativa "La Storia di Nemea" ediz. Editoriale Sette di Firenze. Segue e si dedica alla ricerca di orizzonti spirituali cercando, attraverso l'esoterismo e una sottile sensibilità, l'insegnamento e la conoscenza interiore.

Por lobitogabriel - 6 de Noviembre, 2007, 15:30, Categoría: bios
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Nohemy Ondina Rivera Rapalo -Honduras

Harem

La palabra tiene acepción en masculino?

Nelson, no, porque tu afición no es la moral

Una locura no aceptable, tampoco, Ramón.

No, René, a tu inteligencia le falta humanidad

Transgredir principios no es para mi, Hugo. Aléjate,

Osman, la ternura no es amor aunque se le parezca

Deslumbran tus ideales pero que a tiempo se ve la falsedad, Andrés.

Un símil de Arjona sin voz no me conmueve, Cristian.

Javier, aún lamento no haber tenido más que tu mirada.

La infancia tiene que dar paso a la madurez, Jaime.

si no se tiembla en presencia del otro, Wil., no hay nada,

Delmer, y si la mente se agita sin que el corazón lo sepa?

 

Y tú, tú, Tú qué hiciste de mi?

A dónde llevaste mi voluntad, mi cordura, mi razón?…

No sé lo que dio Bécquer por un beso

Pero en tus labios se quedó mi vida.

Por lobitogabriel - 6 de Noviembre, 2007, 7:12, Categoría: poesia
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Sergio Manganelli - Argentina

Para ser claro,

renuncio a las frases alusivas,

a la caligrafía pálida

sobre el cuaderno mudo de las tumbas,

rechazo el podio hipócrita

de la bondad post mortem,

y a esa memoria tan desmemoriada.                                         

 

Yo no quiero que apunten

en mi lápida la palabra yace,

me niego espeluznado.                                                 

No anhelo ese cheque grosero

con el que expían de mármol de hospital

lo que siempre te negaron avaros.

 

Ni acepto que se luzca

bajo una lluvia

de mierda de palomas

ese verbo impiadoso

en tercera persona.

 

No le abro los postigos, 

ni a sus endebles secuaces

el adjetivo inerte

el  absurdo abatido

menos aún al  implacable muerto

-auxiliares morbosos de crónicas de sangre-

 prefiero que sentencien

se pudre

se funde

se disuelve

pero jamás

yace

 

Porque la muerte

puede sea otra cosa,

menos sucia y severa,

mejor que la tapa biselada y sorda,

quizás algo tan simple

como tumbarse al sol,

sobre el pasto o la arena

en una tarde franca y sin ruinas,

con vino y con regazo,

 y sonrisas con huella

y dialecto de besos

y un murmullo entrañable

que recite poemas.

 

Quizás yacer

no sea esa quietud

de corazones secos,

ni el sueño, ni el olvido,

sino un íntimo zafarrancho,

un arrebato de vida sin permiso,

un insomnio de goce,

con marea de lluvia

 y peces sin abismo.

 

Una muchacha fresca,

pechos de hierbabuena, 

que te besa la ausencia

sin placebo y sin pena.

 

Ojalá no sea

el hartado celeste

de los castos y  pulcros,

tampoco el infierno ceniza,

el hoyo de un ambiente

con renta anticipada,

sino jugar rayuela

hasta llegar al cielo,

y que don dios gorrión

disponga tiernamente:

“levántate y vuela”.

 

Puede que signifique

cerrar la vida apenas,

como quien deja un libro,

hasta que en una noche

de miedo a la  tormenta,

o duda desvelada,

lo hojeen conmovidos,

esos ojos más nuevos

que guardan mi mirada.

Por lobitogabriel - 6 de Noviembre, 2007, 7:11, Categoría: poesia
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pedro salinas, españa

AQUÍ

Aquí
en esta orilla blanca
del lecho donde duermes
estoy al borde mismo
de tu sueño. Si diera
un paso más, caería
en sus ondas, rompiéndolo
como un cristal. Me sube
el calor de tu sueño
hasta el rostro. Tu hálito
te mide la andadura
del soñar: va despacio.
Un soplo alterno, leve
me entrega ese tesoro
exactamente: el ritmo
de tu vivir soñando.
Miro. Veo la estofa
de que está hecho tu sueño.
La tienes sobre el cuerpo
como coraza ingrávida.
Te cerca de respeto.
A tu virgen te vuelves
toda entera, desnuda,
cuando te vas al sueño.
En la orilla se paran
las ansias y los besos:
esperan, ya sin prisa,
a que abriendo los ojos
renuncies a tu ser
invulnerable. Busco
tu sueño. Con mi alma
doblada sobre ti
las miradas recorren,
traslúcida, tu carne
y apartan dulcemente
las señas corporales,
para ver si hallan detrás
las formas de tu sueño.
No la encuentran. Y entonces
pienso en tu sueño. Quiero
descifrarlo. Las cifras
no sirven, no es secreto.
Es sueño y no misterio.
Y de pronto, en el alto
silencio de la noche,
un soñar mío empieza
al borde de tu cuerpo;
en él el tuyo siento.
Tú dormida, yo en vela,
hacíamos lo mismo.
No había que buscar:
tu sueño era mi sueño.

Por lobitogabriel - 6 de Noviembre, 2007, 7:09, Categoría: poesia
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Alma Aparicio Riquelme- Chile

 

   NUESTRO VUELO

 

Quisimos volar con las mismas alas

conque voló el sentimiento

frente al amor primero.

Nuestro vuelo idealista

remontó un cielo cuajado de utopías

y nuestras alas se enredaron en las nubes.

Sueños en desencanto y en lluvia convertidos,

sepultados en lo profundo de la tierra,

en lo infinito de la mar.

Alas rotas, diseminadas en la atmósfera.

Quimeras sobre el rostro universal,

evaporadas como el sudor

conque se gana el pan.

 ¡Risa agónica, perdida, de los labios,

 castrados recuerdos de la mente!

¡Anarquistas! - nos llamaron-

quebrantamos, dijeron, la ley establecida

por pelear y defender a viva voz

el cobre, el salitre y el carbón.

¡Anarquistas! - nos llamaron-

¡Si sólo fuimos osados luchadores,

queriendo hacer de la patria un ideal!

Tuvimos la loca idea de pelear por aquello

que aprendimos que era nuestro

y tuvimos un gran sueño de igualdad.

Pero el cielo no era el mismo para todos,

ni el sol brillaba en el invierno.

Por lobitogabriel - 6 de Noviembre, 2007, 7:07, Categoría: poesia
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EMILY DICKINSON - EEUU

Poema 815

El lujo de entender
el lujo sería
de mirarte una sola vez
y volverme un Epicuro

cualquiera de tus presencias sirve
de futuro alimento
apenas recuerdo haber muerto de hambre
tan bien surtida estaba-

el lujo de meditar
el lujo era
darme el festín de tu semblante
otorga suntuosidad

en días habituales, cuya lejana mesa
como la cetidumbre recuerda
está puesta con una sola migaja
la conciencia de ti.

c. 1864
Emily Dickinson Poemas
Selección y traducción de Silvina Ocampo; prólogo Jorge Luis Borges
Tusquets Editores - Barcelona 1985

Por lobitogabriel - 6 de Noviembre, 2007, 7:06, Categoría: poesia
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clara bella ventura, colombia

LLANTO

 

Me desenfreno en mi llanto.

Gotas de sal salpican

la mañana,

aturden la luz con sus

manos enguantadas.

Buscan el perfil

de la noche para sofocar

en un silbido

la miseria del mundo.

Ahogo por un instante

la mención del paraíso.

Naufraga en un arcoiris

sin colores,

fantasma del abuso

de los gemidos

de la jauría humana.

Me visto de loca.

Grito a los vientos,

a los tsunamis mi dolor de ausencia,

diluvio de emociones.

En un tobogán de luz,

regresa la voz del niño.

Augura un nuevo amanecer

sin lluvia,

donde el clamor

del hombre corre el telón

del escenario para ubicar

la viva caricia

de las aguas en calma.

Por lobitogabriel - 6 de Noviembre, 2007, 7:06, Categoría: poesia
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